
IL PARADOSSO DELL’AI NELLA FORMAZIONE
5 Agosto 2026Il paradosso del lavoro contemporaneo
Il paradosso del lavoro contemporaneo è che, mentre le imprese investono nell’intelligenza artificiale cercando di ridisegnare i processi e chiedendo alle persone di prepararsi a professioni che ancora non esistono, una parte dei loro collaboratori rischia di rimanere intrappolata in un presente ripetitivo e privo di stimoli. Sono quelle persone che – dall’esterno – sembrano “funzionare”, dato che rispettano le scadenze e raggiungono gli obiettivi. Eppure questo non è garanzia di coinvolgimento e soddisfazione nel proprio ruolo. Qualcosa si è inceppato, perché molti hanno la percezione di fluttuare in una fase senza curiosità, che non offre occasioni per scoprire di che cosa ancora si è capaci. È una forma di impoverimento professionale che può passare inosservata proprio perché non compromette, almeno nell’immediato, i risultati.
Non tutte le persone che si spengono sono esauste
Negli anni si è parlato tanto di burn-out, ma non tutte le persone che si spengono sono esauste, alcune sono semplicemente demotivate.
Il rust-out e la stagnazione professionale
Una nuova forma di malessere si sta facendo strada ed è alimentata dalla stagnazione, il cosiddetto rust-out. Mentre il primo fenomeno deriva da un eccesso di pressione e di carico lavorativo, il secondo si sviluppa quando i professionisti sperimentano scarse possibilità di utilizzare le proprie competenze tanto da sentirsi annoiati e non valorizzati. Si può parlare di una forza lavoro che si sta “arrugginendo” e una delle cause risiede nella fatidica domanda “a che cosa serve imparare se poi il lavoro non cambia?”.
Il rust-out nella fase media della carriera
Il rust-out non appare, come si potrebbe pensare, nel periodo che precede la pensione, quando si è già giocato tutto quello che si poteva giocare, quanto piuttosto nella fase media della carriera, quella in cui si è assunto un ruolo per un certo lasso di tempo e ci si è stabilizzati. Il perché è presto detto. Nell’epoca dell’apprendimento permanente, quando una persona altamente formata ritorna alla propria scrivania e ritrova le stesse attività con i medesimi vincoli e lo stesso margine decisionale, percepisce un disallineamento tra le aspirazioni professionali e le richieste lavorative.
Quando l’IA impoverisce il lavoro
Un’altra causa, meno diretta ma altrettanto rilevante, è l’uso improprio dell’IA. Se da un lato alleggerisce il lavoro, dall’altro offre risposte immediate che, accettate senza rielaborazione, erodono nel tempo pensiero autonomo, capacità di giudizio e competenze essenziali per il proprio ruolo. Il rischio cresce quando è l’organizzazione stessa ad automatizzare le attività senza ripensare il lavoro: le occasioni di apprendimento diminuiscono, mentre le persone vengono valutate soprattutto su velocità e risultati.
Il ruolo della formazione emotiva
Per questo la formazione è chiamata ad ampliare il suo campo d’azione. Crescere professionalmente non significa soltanto acquisire nuove competenze, ma anche sviluppare la capacità di comprendere ciò che accade dentro di sé mentre il lavoro cambia. La formazione emotiva assume un ruolo centrale proprio perché aiuta le persone a riconoscere e interpretare stati d’animo che, se trascurati, possono trasformarsi in segnali di progressivo distacco.
Riconoscere le emozioni per ritrovare significato
Non sempre infatti è facile distinguere la stanchezza dalla noia, la frustrazione dalla perdita di significato o la resistenza al cambiamento dalla sensazione più profonda di non avere più spazio per esprimere le proprie capacità. Imparare a dare un nome alle emozioni rappresenta un primo passo per recuperare una relazione più autentica con il proprio lavoro. Ed è proprio in questa capacità di ascolto e consapevolezza che la formazione emotiva può contribuire a intercettare fenomeni come il rust-out.
Fonte: Harvard Business Review, Ottobre 2026
Diego Ingrassia



